Dunque, facciamo il punto della situazione.
Come modelli da seguire nella vita didattica mi sarei scelta proprio un paio di esempi praticamente impraticabili.
Lo è l’esempio della Montessori, che per essere applicata occorre essere montessoriana; lo è l’esempio della scuola di Barbiana, che rimane un modello anacronistico, per lo più non applicabile nella realtà, nella scuola reale.
Ma rimane la terza emme a salvarmi: insegnare con la maieutica.
Già l’espressione “Insegnare con la maieutica” è un senso non senso, è un paradosso, è un ossimoro, dal momento che lo stesso Socrate si definisce un Non insegnante, una nullità, un non esempio, che è l’esatto opposto di quello che sembrerebbero perseguire e autodefinirsi quotidianamente i docenti nella scuola.
Come dire siamo alla ricerca di una scuola non scuola, di un modo di intendere lo studio come non applicazione obbligata e costretta ma come liberazione consapevole dall’ignoranza, dal caos, dalle paure continue, antiche o di nuova progenie, che ci circondano come inestricabili muri invalicabili ed oppressivi; si tratta di uno stile di intendere la vita, di intendere l’apprendimento, di intendere la conoscenza generale delle cose concrete e dei pensieri astratti.
D’intendere quel meraviglioso periodo esistenziale che comincia intorno all’infanzia e finisce fin dopo l’ultima vecchiaia…
Scusate se metto tutti dentro lo stesso calderone, ma non è per sminuire di fatto gli anni centrali e canonici della formazione di ogni individuo. Questi anni centrali e canonici si sono semplicemente allungati ed allargati all’intero ciclo esistenziale.
L’infanzia si vive una sola volta; godiamocela tutta, se ci viene possibile.
L’adolescenza si soffre una volta sola; sopportiamocela tutta, se ci viene possibile.
La giovinezza si gode una volta sola; spendiamocela tutta, se ci viene possibile.
Ma anche l’età adulta arriva di per sé dopo innumerevoli prove e fatiche, e dunque è questo il momento della verifica, e forse delle soddisfazioni maggiori.
In una società dove praticamente i giovani intorno agli anta sono ormai maggiori di numero dei giovani intorno agli enta, e dove la vita lavorativa si sta prolungando verso traguardi impegnativi, è praticamente diventato vietato invecchiare, ed essendo diventato vietato invecchiare, i nostri matusa rischiano di trasformarsi in una variegata serie di pachidermi e di reperti archeologici che però vanno in giro come se fossero altro da quello che di fatto dimostrano d’essere.
La parola anzianità è il grande tabù del nostro vocabolario; per alcuni versi è diventata tale con profitto; per altri versi, è diventata tale con conseguenze grottesche e commiserevoli.
Dipende da come ognuno che dovesse entrare in questa fascia si ritiene di potere sentire, ed in quale fascia d’età intende con gusto e con grazia piuttosto che con coglioneria e ridicolaggine inserirsi.
Lo so che i giovani sono veramente tali fino a che rimarrebbero entro una certa età anagrafica, ma di fatto tra di essi zompano alcuni esseri assolutamente vecchi nello spirito. Vecchi perché non hanno vere idee, perché non hanno veri stimoli, perché si lasciano vivere nel gruppo e nella mediocrità senza essere di fatto protagonisti. E perché si comportano solo come dei grandi margiassoni in fracassa o come dei beota pavidi e senza nervi.
Invece molti quarantenni/cinquantenni rimangono o si scoprono nel pieno della loro energia fisica e mentale, pieni di risorse, di progetti rimasti ancora insoluti, e quindi le loro priorità rimangono quelle di concluderli, di realizzarli, fino a che ne hanno ancora le energie e gli impulsi.
Montessori all'età di ottan'tanni era pronta a partire, con l'entusiasmo di sempre, verso l'Africa, per fondare l'ennesima scuola sperimentale.
Milani nonostante la terribile malattia che verso la fine cominciava a minarlo, continuava a fare progetti per la sua scuola, per i suoi ragazzi, anzi, solo questo continuo progettare lo teneva allegro, lo teneva vivo.
Ed oltre questi esempi di eccellenza ma direi anche di assoluta normalità, davvero sono spariti i tempi classici del passato recente.
Le donne faranno sempre più figli a cinquant’anni, gli uomini potranno sempre più decidere paternità intorno ai sessanta…Questa realtà non impedisce di certo ai più giovani ( trentenni e ventenni) di potere diventare genitori negli anni verdi della vita, quando le forze fisiche possono essere migliori. C'è solo da chiedersi perchè questo accade con sempre più fatica. Non credo nelle ovvie e banali motivazioni economiche; tutti abbiamo fatto figli senza risorse e certezze, però abbiamo scelto lo stesso le nostre maternità e le nostre paternità.
Il punto è che i giovani non vogliono assumersi responsabilità, ed avranno senz'altro le loro ottime ragioni.
A proposito di anta, andare in là con gli anni ha oltretutto i suoi vantaggi (e non solo le innegabili perdite); si diventa più maturi sotto un profilo psicologico, si è temperato il carattere, si dovrebbe disporre di maggiori risorse di quanto in genere non disponga un ventenne/trentenne e si apprezza maggiormente tutto, tutte quelle piccole cose che nella giovinezza si danno per scontate, per ovvie, per certe e per durature.
Maturando si comprende finalmente che non c’è nulla di certo, di immutabile e di impossibile al mondo.
Questa è la liberazione di chi perde qualcosa per guadagnarne un’altra.
Tutti gli eccessi, le superficialità ed i rigidismi dell’inconsapevolezza e dell’inesperienza vengono spazzati via briciole sopra il davanzale in una giornata di forte vento.
Rimane il banale bisogno d’ avere vissuto per qualcosa.
Nulla e nessuno, mai, in nessun tempo, potranno cambiare questo dato, questa necessità.
Se così non fosse la vita non avrebbe senso e bellezza, mentre si vive con allegria perché si rimane giovani nel cuore oltre ogni trasformazione fisica e biologica; perché si rimane giovani nella mente oltre ogni pensiero distruttivo ed involutivo; perché si rimane giovani persino nel tempo che se considerato nella sua continuità ed infinitezza guarda alle nostre gocce d’umanità come ad infinitesime luci che mai si spegneranno…
Due persone che si amano o che si sono dedicate il tempo continuano ad amarsi in una sorte di eterna gioventù; si guardano e si dicono l’un l’altro “Ti ho amato da giovane perché eri nel mio cuore, ti amo oggi dopo il tempo passato, perché sei ancora là dove sei sempre stato, e dunque non conosco la vecchiaia come di un periodo dove tutto finisce; tu sei oggi per me come ieri, immobile nello spazio che non muta perché tu sei fuori dal tempo. Io ti amo per come eri e sei rimasto e non per quello che sei diventato o costretto a diventare solo agli occhi degli altri.”
Questo è il segreto dell’amore perfetto in un mondo imperfetto e che ci rilancia sfide continue, senza sosta, senza pause, senza sconti.
M' accorgo d’essere partita da un’analisi didattica per approdare ad un’analisi antropologica, e non è certo stato un caso.
Pedagogia ed antropologia vanno di pari passo, indissolubilmente legati.
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