mercoledì 18 aprile 2012

Pedagogia=Antropologia




Dunque, facciamo il punto della situazione.
Come modelli da seguire  nella vita didattica  mi sarei  scelta proprio un paio di  esempi praticamente impraticabili.
Lo è l’esempio della Montessori, che per essere applicata occorre essere montessoriana; lo è l’esempio della  scuola di Barbiana,  che rimane un modello anacronistico, per lo più  non applicabile nella realtà, nella scuola reale.
Ma rimane  la terza emme a salvarmi:  insegnare con la maieutica.
Già l’espressione  “Insegnare con la maieutica”   è un senso non senso, è un paradosso, è un ossimoro, dal momento  che  lo stesso Socrate si definisce un Non insegnante, una nullità, un non esempio, che è l’esatto opposto  di quello che sembrerebbero perseguire e autodefinirsi    quotidianamente  i docenti  nella scuola.
Come dire  siamo  alla ricerca  di una scuola non scuola, di un modo di intendere lo  studio  come non applicazione obbligata e costretta  ma come liberazione consapevole dall’ignoranza, dal caos, dalle paure  continue, antiche o di nuova  progenie,   che ci circondano come inestricabili muri invalicabili ed  oppressivi;  si   tratta di uno   stile di  intendere la vita, di  intendere l’apprendimento, di intendere  la  conoscenza generale  delle cose concrete  e dei pensieri astratti.
D’intendere quel meraviglioso periodo  esistenziale che comincia  intorno all’infanzia  e finisce  fin dopo l’ultima  vecchiaia…
Scusate  se metto tutti dentro lo stesso calderone, ma non è per sminuire di fatto gli anni  centrali e canonici  della formazione di ogni individuo. Questi anni centrali e canonici si sono semplicemente  allungati  ed allargati  all’intero ciclo  esistenziale.
L’infanzia si vive una sola volta; godiamocela tutta, se ci viene possibile.
L’adolescenza si soffre una volta sola;  sopportiamocela  tutta, se ci viene possibile.
La giovinezza  si gode   una volta sola;  spendiamocela    tutta, se ci viene possibile.
Ma anche l’età adulta arriva di per sé dopo innumerevoli prove e fatiche, e dunque è questo il momento  della verifica, e forse delle soddisfazioni maggiori.

In una società  dove praticamente  i giovani intorno agli anta sono ormai maggiori di numero  dei giovani  intorno agli enta,  e dove la vita lavorativa si sta prolungando  verso  traguardi  impegnativi, è praticamente diventato  vietato invecchiare,  ed essendo diventato vietato invecchiare,  i nostri  matusa rischiano di trasformarsi   in una variegata  serie  di  pachidermi e di  reperti archeologici che però vanno in giro come  se fossero altro da quello che di fatto dimostrano d’essere.
La parola anzianità   è il grande  tabù  del nostro vocabolario;  per alcuni versi  è diventata  tale con profitto; per altri versi,  è diventata  tale  con conseguenze  grottesche   e commiserevoli.
Dipende  da  come ognuno che dovesse entrare in questa fascia  si  ritiene  di potere sentire,  ed  in  quale fascia  d’età   intende con gusto e con grazia piuttosto che con coglioneria e  ridicolaggine   inserirsi.
Lo so che i giovani sono veramente tali  fino a che rimarrebbero  entro una certa  età anagrafica, ma di fatto  tra di essi  zompano alcuni   esseri  assolutamente vecchi nello spirito. Vecchi perché non hanno vere idee, perché non hanno  veri stimoli, perché  si lasciano vivere nel gruppo  e nella mediocrità  senza essere di fatto protagonisti. E perché si comportano  solo  come  dei grandi margiassoni  in fracassa o come  dei beota  pavidi  e  senza  nervi.
Invece   molti   quarantenni/cinquantenni   rimangono o si scoprono  nel pieno della loro  energia fisica e mentale,  pieni di risorse, di progetti rimasti ancora insoluti, e quindi le loro priorità rimangono    quelle di concluderli, di realizzarli,  fino a che ne hanno ancora  le energie  e gli impulsi.
Montessori all'età di ottan'tanni era pronta a partire, con l'entusiasmo di sempre, verso l'Africa, per fondare l'ennesima scuola sperimentale.
Milani  nonostante la terribile malattia  che verso la fine cominciava  a minarlo,  continuava a fare progetti per la sua scuola, per i suoi ragazzi, anzi, solo questo continuo progettare  lo teneva allegro, lo teneva  vivo.
Ed oltre questi esempi di eccellenza ma direi anche di assoluta  normalità,  davvero  sono spariti  i tempi classici del passato recente.
Le donne faranno  sempre più figli a cinquant’anni, gli uomini  potranno sempre più  decidere paternità intorno ai sessanta…Questa realtà non impedisce di certo  ai  più giovani  ( trentenni e ventenni)  di potere diventare genitori  negli anni verdi  della vita, quando le forze fisiche possono essere migliori. C'è solo da chiedersi perchè questo accade con   sempre  più fatica. Non credo nelle ovvie e banali  motivazioni economiche;  tutti abbiamo fatto  figli  senza risorse e certezze,  però  abbiamo scelto lo stesso  le nostre maternità e le nostre paternità.
Il punto è che i giovani non vogliono assumersi  responsabilità, ed avranno senz'altro le loro ottime  ragioni.
A  proposito di anta,  andare in là con gli anni   ha oltretutto  i suoi vantaggi (e non solo le innegabili perdite);  si diventa più maturi  sotto un profilo psicologico,  si è temperato il carattere,  si dovrebbe disporre di maggiori risorse  di quanto in genere non disponga un ventenne/trentenne e si apprezza maggiormente tutto, tutte quelle piccole cose che nella giovinezza  si danno per scontate,  per  ovvie, per certe e per  durature.
Maturando    si comprende  finalmente  che non c’è nulla di certo, di immutabile e di impossibile   al mondo.
Questa è la liberazione  di chi  perde  qualcosa  per guadagnarne un’altra.
Tutti gli eccessi, le superficialità  ed i rigidismi   dell’inconsapevolezza  e  dell’inesperienza    vengono spazzati via briciole   sopra il davanzale  in una giornata  di forte vento.
Rimane  il banale  bisogno d’ avere vissuto   per qualcosa.
Nulla e nessuno, mai, in nessun tempo,  potranno  cambiare questo dato, questa necessità.
Se così non fosse   la vita non avrebbe   senso e bellezza,  mentre  si vive con allegria  perché  si rimane  giovani  nel cuore  oltre ogni  trasformazione fisica  e biologica; perché si rimane giovani  nella  mente  oltre ogni  pensiero distruttivo  ed involutivo; perché si rimane  giovani persino nel tempo che se considerato nella  sua   continuità ed   infinitezza    guarda alle nostre gocce  d’umanità  come ad infinitesime   luci  che mai si spegneranno…
Due persone che si amano o  che si sono dedicate il tempo continuano ad amarsi in una sorte di eterna gioventù; si guardano e si dicono l’un l’altro   “Ti ho amato da giovane  perché eri nel mio cuore, ti amo oggi dopo il tempo passato, perché sei ancora là dove  sei sempre stato, e dunque non conosco la  vecchiaia come di un periodo dove tutto finisce; tu sei oggi per me come ieri, immobile nello spazio che non muta  perché tu sei fuori dal tempo. Io ti amo per come eri e  sei rimasto e  non per quello che sei diventato o costretto  a diventare  solo agli occhi  degli altri.”
Questo è il segreto dell’amore perfetto in un mondo imperfetto e che ci rilancia sfide continue, senza sosta, senza pause, senza sconti.
M' accorgo  d’essere partita da un’analisi didattica per approdare ad un’analisi  antropologica, e non è certo stato un caso.
Pedagogia  ed antropologia vanno di pari passo, indissolubilmente legati.

Nessun commento:

Posta un commento