Lo leggiamo ancora, lo insegnamo nelle scuole, lo guardiamo volentieri al cinema, lo raccontiamo nelle varie filastrocche, lo ricordiamo nelle più varie citazioni linguistiche letterarie e culturali, piace ai grandi e ai bambini: si tratta delle avventure di Pinocchio, un burattino assai monello che dopo tanti sbagli e pianti riesce a diventare buono, e per ricompensa viene trasformato (promosso), alla fine di incredibili peripezie, in un normalissimo bambino in carne ed ossa.
Il senso della favola è evidente; anzi, i suoi vari significati sono evidenti...
Uno tra tutti? Comportati bene ed eviterai un sacco di dispiaceri. Se sei un bambino che va a scuola devi pensare a studiare, a fare il tuo dovere, ad ubbidire ai genitori, ad ascoltare le tue insegnanti...
Non farai nulla di tutto cio?
Aspettati allora di finire quasi bruciato, morto di freddo e di fame, venduto al mercato come uno schiavo, messo in ridicolo da un paio di orecchiacce da somaro, appeso a un albero, ridotto a fare il cane da guardia legato ad una catena, condannato a fare l'attrazione di un circo, inseguito per lungo tempo dai rimorsi più terribili, gettato in prigione, intrappolato moribondo dentro la pancia di una balena...
Ma questa favola così ricolma di tragedie, delitti, orrori e tristezze... funziona? Insegna veramente ai bambini l'importanza dell'essere dei buoni discenti, dei bravi scolari?? Sembrerebbe di sì, a giudicare dal grande uso che ancora si fa di questo testo; questa narrazione ha il potere di attirare il consenso dei più indisciplinati come dei più sensibili ai rimproveri.
Pinocchio, una marionetta che a dispetto del lieto fine, ci piace continuare ad immaginare burattino...





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